Il Diritto e il rovescio, più che altro...
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STRACCETTI DI MEMORIA

Ex Pretura di Voltri

Non è sempre facile rovistando nelle pieghe della memoria ridare ordine al passato, e ancor meno darvi significato, ammesso che mai ne sia esistito uno solo, o quantomeno ne esista uno.

Eppure da sempre ho avuto la tentazione di svegliare alla coscienza e così riconoscere quell'unico e misterioso filo, che passa all'interno della memoria attraverso tutti i ricordi e, come perle, li vincola, restituendo infine a ciascuno di noi quella strana collana cangiante che è la nostra identità.

E poiché la tentazione induce quasi inesorabilmente al tentativo, molto spesso ricerco nella mente quel filo: per ora ne ho trovato qualche tratto e, in attesa di farmi un migliore e più completo quadro della situazione, i pezzi così trovati li ho usati per inanellarci qualche ricordo.

E stato così che, l'altra mattina, camminando assorto per i corridoi bianchi del Tribunale, forse per distrazione, o forse per non so che altro, uno di quei piccoli tratti di filo con attaccati i ricordi, mi si è sgranato, e i brandelli di memoria, proprio come piccole perle, sono caduti sul marmo bianco.

Era roba di lavoro: mi son trovato alla Pretura di Voltri, dove sulla spianata nelle giornate di libeccio mi confrontavo con la maestosa e infinita potenza del mare e poi, presa coscienza della mia pochezza, mi confortavo al profumo della focaccia della Marinetta, uno dei sette motivi per i quali la vita merita di essere vissuta.

Adesso mi vedo nella Pretura di Sestri, alla mia prima udienza da praticante, fatta da solo: ricordo l'arrogante frusciare delle banconote da centomila che il debitore, all'udienza di comparizione parti per la vendita dei beni pignorati, mi conta “banco judicis”. Sono trentatré le banconote che mi consegna - per interessi, capitale e spese – e che con malcelato orgoglio porto al mio “dominus”, il quale con ancor più malcelata irritazione mi fa notare che sono tutte false, grossolanamente false.

E poi mi ritrovo davanti il volto di quel vecchio, gli occhi annacquati dal vino che non riesce ad affogare il dolore di una vita, dal quale ho appena ricevuto la somma che serve alla sanatoria della morosità, abbuonandogli le spese legali per lo sfratto: risento il timbro della sua voce roca, mentre mi ringrazia e dice che non bisogna fidarsi mai delle apparenze e che anche uno come me, che sembrava avere la faccia da squalo, in realtà si era rivelato una bravissima persona, che la faccia da squalo ce l'avevo effettivamente, sì, ma - concludeva con tono consolatorio - evidentemente solo per necessaria utilità connessa all' ufficio...

Mi ritrovo nell'allora spettrale corridoio del pian terreno di Palazzo di Giustizia, in coda dal terribile Uff. Giud. Gambatesa - una specie di mangiafuoco della burocrazia, senza il cui imprimatur l'atto non può essere notificato - mentre protesto, e mi sembra di essere al “Che l'inse” del Balilla di Genovese memoria, per accorgermi che, contrariamente al più fortunato Perasso, non c'è un cane pronto a sostenermi

E poi mi sommerge una valanga di immagini, grovigli di corridoi, aule affollate, risento voci e avverto presenze che richiamano terremoti di memoria e coscienza

Alla fine, quasi un po' stordito, li ho ripresi in pugno quegli straccetti di memoria, ma ne ho perso il filo d'identità che li legava: ero sempre io quello che mangiava la focaccia, che litigava con l'ufficiale giudiziaria o che ridendo parlava al collega amico in attesa dell'udienza?

Ed io sono tale perché ho quei ricordi o sono i ricordi stessi che mi rendono l'identità?

Non comprendo perché mi è sempre piaciuta la filosofia, se, in verità, non l'ho mai capita: mi faccio un sacco di domande a cui non so rispondere.

Riprendo in me quegli straccetti di memoria: li ordinerò più tardi cercando un altro pezzo di filo; e riprendo il cammino per il lungo corridoio bianco.

 

                                               Disma Vittorio Cerruti

 

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