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LA SERA CHE HO VISTO GLI ANGELI

La Sera del 24 Maggio 2001 venne organizzata una partita in onore di Gianluca Signorini, mitico capitano del Genoa dei primi ammi '90, colpito da una terribile malattia.

Quella sera allo stadio eravamo in trentamila. Il nostro capitamo ci lasciò nel Novembre 2002. Per volontà sua e della sua famiglia, l'ultimo viaggio lo fece indossando la maglia rossoblù

LA SERA CHE HO VISTO GLI ANGELI

 

Un buon istinto talvolta vale mille ragionamenti, ed è stato davvero un’ottima intuizione portare questa sera con me mio figlio, classe 1990, alla partita in onore del nostro grande capitano Gianluca Signorini.

In effetti avevo avuto qualche dubbio, perché per un bambino la commemorazione non ha molto senso, e del resto è difficile condividere una memoria che non si ha: però sentivo che, in qualche modo, questa sarebbe stata una serata memorabile, per tutti, anche per chi, come un bambino, non poteva ricordare.

Si dice che l’uomo è l’essere più misterioso che esista perché in lui è dato vedere il male assoluto, ma anche il bene supremo, con l’avvertenza che il male è sicuramente più spettacolare e di facile presa, e i demoni, rispetto agli angeli, spesso si presentano meglio.

Ma questa sera, ho visto ed ho sentito la parte buona che è in ognuno di noi spuntare fuori in modo prepotente e risoluto come poche volte nella mia vita mi è capitato di vedere e sentire, perché come ci sono persone che riescono a tirare fuori il peggio di noi, ce ne sono altre che, invece, riescono a far emergere la nostra parte migliore e più nobile, e Gianluca è sicuramente tra questi.

In questa sera ho vissuto mille e mille episodi che mi hanno sinceramente toccato nel profondo, ho veduto mille volti che mi hanno commosso e mi hanno aperti voragini che non erano solamente di nostalgia, ma che erano anche abissi di ricchezza, di orgoglio nell’appartenere all’epica del popolo rossoblù, e di tante altre ancora.

Sentimenti così densi e profondi che non solo non è facile esprimere, ma che proprio non si vuole esternare, per una sorta di rispetto e di pudore che si deve alla propria intimità.

Però un piccolo miracolo l’ho veduto davvero, o forse è stata solo suggestione, e in ogni modo lo voglio raccontare, perché comunque sia, forse rende più di mille parole l’atmosfera di questa magica sera.

Per il nostro gigante buono Skuhravy, gli anni hanno pesato non solo metaforicamente, e il gigante è diventato ancora più gigantesco, con un tronco imponente che in maniera molto evidente mette in grossa difficoltà le sue gambe e le sue ginocchia, che erano già fragili quando giocava, ma che ora devono reggere l’impatto di un fisico che pesa molti chili in più.

Ed ora il buon Skuhravy sembra davvero solo una ombra di mezzanotte del grande giocatore che era, e soprattutto non ha più la pur minima elevazione, tanto che più di una volta vedo palloni che gli sfiorano la testa senza che lui riesca ad alzarsi di un solo centimetro.

Però, ad un tratto, dal fondo qualcuno gli fa un cross: un cross bellissimo, il pallone che si alza lentamente nell’aria in modo quasi solenne, disegnando un arco ampio e nobile, rimanendo quasi sospeso nell’aria, ad un’altezza vertiginosa, e che però cela un grande invito ed una grande sfida; di colpo, sento come se il tempo si fosse sospeso, anche lui con il fiato in gola, e sento un silenzio assoluto, mentre il pallone rimane fermo e altissimo, ad aspettare l’evento, e sento anche sessantamila occhi guardare anch’essi sospesi, mentre trentamila cuori desiderano che il gigante colpisca come un tempo; il gigante lo sa e lo sente, e chiama la forza del cuore, e il miracolo si compie: il corpo massiccio diventa potente, s’inarca, scatta e - come ai vecchi tempi - vola, vola, vola, in alto, ancora più in alto, sino a raggiungere il pallone e a colpirlo con un tocco morbido, imprimendo alla sfera una traiettoria beffarda e perfetta che scavalca il portiere e dolcemente si infila nella porta; il capolavoro, il miracolo è compiuto.

Ora il tempo precipita, insieme ad un boato assordante e liberatorio, e la scena riprende concretezza dopo il suo ritorno dall’universo della magia, del sogno, dell’insondabile: ora l’esultanza ci riporta tutti quanti alla realtà, ma io stringo la mano a mio figlio e incrocio il suo sguardo.

Nei suoi occhi vedo lo specchio dei miei che rilanciano a lui un lampo malinconia che però va a braccetto con la gioia sommessa e profonda di chi, questa sera, ha visto gli angeli.

 

                                                                                                                                             Cecco Angiolieri

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