Il Diritto e il rovescio, più che altro...
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L'Assenza

Io credo che tutti, almeno una volta nella vita abbiano sperimentato l'assenza, intesa come quella che intendo io in questo racconto (rigorosamente vero). E' un brutto incontro, lo so, ma come tutti i brutti incontri insegna qualcosa di interessante.

 

 

L’atmosfera era acre e sgradevole, come il fumo del sigaro che il gentile collega mi stava cortesemente soffiando in faccia, nella sporca stanzetta di quella sperduta Pretura del basso Piemonte.

Guardavo nelle gocce appese ai vetri delle finestre la piovosa e depressa mattinata di 16 di anni fa, mentre cercavo di reprimere i conati di vomito che inevitabilmente provano tutti coloro a cui non piace il toscano extravecchio.

Il collega era un anziano avvocato, di circa 70 anni, con gli occhi acquosi, di un incerto azzurro slavato, e uno sguardo quasi bianco che dava perfettamente l’idea dell’assenza.

Un assenza profonda, che sembrava aver preso il posto di una grande disillusione esistenziale, che avesse rasato al suolo ogni sentimento, ogni emozione, ogni voglia di vivere.

Sembrava che l’essenza vitale di quel vecchio avvocato se ne fosse andata via, partita per più affascinanti ed esotici luoghi, abbandonando lì dentro, come per dispetto, qualche rimasuglio di presunzione mista a disprezzo e rancore verso tutto e verso tutti, che da solo reggeva l’espressione di un volto fatto di nulla, solcato da rughe rimaste senza avere più un passato da raccontare: tutto in lui era muto e assente.

Ricordo ancora quando, con voce roca, che chiocciava maligna, mi eccepiva la decadenza in cui ero incorso proprio per un rinvio che lui mi aveva richiesto ed io gli avevo concesso, mai immaginando che quella richiesta sarebbe stata da lui assolutamente negata, e quel rinvio sarebbe divenuto, nel suo bugiardo racconto, una mia volontaria inerzia.

Ricordo ora, quasi con tenerezza, i miei 27 anni, il mio sforzo, del tutto vano, per nascondere la rabbia e la disperazione che mi stavano prendendo, mentre lui, calmo – imperturbabile solo come può esserlo un’assenza – illustrava con piatta meticolosità al Giudice la sua eccezione, basata sulla più scorretta e traditrice menzogna.

Ricordo come fosse oggi la lancinante sensazione di angoscia che mi aveva preso, quella angoscia che ti morsica allo stomaco e alla gola, mentre senti sulla nuca gelarti il sangue e il sudore.

Ricordo anche la domanda che con ossessionata disperazione mi pulsava dentro: perché, perché, perché…

Tra l’altro mi era ben chiara la mancanza da parte sua di qualsiasi interesse alla causa, che non fosse quello di monetizzare un’attività nei confronti della quale provava un’evidente quanto irreversibile e totale indifferenza.

Non mi rendevo conto, allora, che l’assenza non ha un perché per il suo agire, e non ha ragioni per il suo esistere, anzi è essa stessa la negazione di qualsiasi ragione e di qualsiasi esistenza.

Eppure di questi vuoti interiori, di queste assenze travestite da uomini, purtroppo, qualche volta di capita di incontrane, anche tra i colleghi: ed è molto difficile difendersi dalla loro assoluta indifferenza e insensibilità a tutto, soprattutto se, come talvolta accade, sono dotati anche di una notevole capacità tecnica, unica caratteristica che sembra “riempire” un’interiorità per il resto completamente prosciugata.

Non li puoi ferire, sono assenze, come si fa a ferire un’assenza? Non li puoi colpire, non puoi neppure sfiorarli, non puoi comunicare, non puoi far nulla.

Ma le assenze, loro sì, possono colpire molto duramente, soprattutto in certi campi, dove il motivo del contendere coinvolge profondamente intere esistenze, dove un provvedimento del Giudice incide sulla vita di colpevoli ed innocenti, dove vedi chiaramente non solo i limiti del diritto, ma più direttamente i limiti di tutti noi, lì, proprio lì, le assenze sono semplicemente devastanti.

E comunque ancora adesso, io non sono mai riuscito ad abituarmi all’”horror vacui”, che gli abissi dell’indifferenza provocano.

E mi viene in mente quella volta in cui, nel richiedere un aumento dell’assegno di mantenimento di un figlio nei confronti del padre - persona benestante per non dire facoltosa - rilevai, tra gli altri elementi che giustificavano la mia domanda, il possesso da parte di costui di una potente e lussuosa auto di grossa cilindrata.

Ricordo ancora molto distintamente il senso di sgomento che mi prese quando mi sentii rispondere dal collega, con la massima naturalezza, che il possesso di un auto di lusso non aumentava la capacità reddituale del padre, ma semmai la diminuiva, visti gli alti costi che il mantenimento di un siffatto modello di auto comporta.

E mentre l’assenza illustrava la sua tesi, guardavo stranito il suo volto, mentre ai miei occhi si trasformava in una maschera, dietro la quale, ormai, si nascondeva il nulla.

                                                                            Disma Vittorio Cerruti

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