Il Diritto e il rovescio, più che altro...
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IL PESO DELLA LITE

Tra le mie superstizioni vi è anche quella per la quale anche le cause hanno un'anima. Chiunque abbia fatto o faccia l'avvocato comprenderà perfettamente il senso di questo articolo

 

Due elastici, uno verde ed uno rosso, racchiudono quel grosso fascicolo che, visto così dall’esterno, sembra un monumento alle scartoffie, con angoli di foglio spiegazzato che spuntano dalla copertina azzurra e pendono stanchi, quasi a ricordarti la fugacità della vita.

Non sono di buon umore, con un lungo respiro strascicato prendo la montagna di carta: devo fare la conclusionale in appello di quella causa, iniziata nell’84, una delle mie prime citazioni, redatta dopo pochi mesi che ero diventato procuratore, ed ora dopo oltre due anni di attesa, tra l’udienza di precisazione delle conclusioni e quella di assegnazione a Sentenza, devo riprendere in mano tutta la questione.

Con un colpo sordo e pesante il fascicolo si lascia cadere sulla scrivania, quasi che più che il peso della carta contasse quello degli anni e, soprattutto, quello della lite morta.

Già, una lite morta: non so se sia solo una mia singolare e nevrotica visione delle cose, ma per me la lite è un’entità a sé stante: come un bambino che nasce dai genitori ma poi cresce, diventa adulto e si stacca da essi, così la lite nasce, sì, dai litiganti, ma poi prende vita propria e si affranca da essi: diventa un’entità a sé stante, indipendente dalle parti in causa, ed anche dalla causa stessa, di cui la lite costituisce l’origine e l’essenza, ma dalla quale si differenzia nettamente così come l’anima si differenzia dal corpo.

La lite, per me, è come una persona: nasce, si sviluppa, matura e muore.

Come una persona ha qualità e difetti, ci sono liti affascinanti, quasi sensuali, e poi ci sono quelle odiose, quelle che ti pesano sulle spalle e sull’anima e che quando muoiono o le riesci ad uccidere con una bella transazione, ti senti sollevato e felice e cammini sulle nuvole per tutto il giorno.

Certo come un bambino raccoglie l’eredità genetica dei genitori, la lite spesso assomiglia a chi la crea: è difficile che una cattiva persona riesca dare vita ad una bella lite, e, proprio come succede agli uomini, talvolta sorgono liti odiose da onestissime persone.

E’ comunque affascinante vedere una lite, bella o brutta che sia, aspra e diretta o sotterranea e sussurrata, che raccoglie assorbe e convoglia i sentimenti ed emozioni delle parti come un tornado raccoglie le correnti d’aria, ed infine le struttura in un intreccio che diventa una entità a sé stante, proprio così come un tornado è entità propria rispetto all’aria che lo compone.

E come un essere vivente la lite consuma e brucia sentimenti, nutrendosi di essi, li restituisce, li trasforma, li costruisce.

Vi è però una cosa che in questi anni ho potuto osservare: la vita delle liti è molto più breve della nostra, e, quel che è peggio, è anche molto più breve della durata della causa, e spesso non arriva a sopravvivere ad essa.

E così si viene a creare un mostro che tutti gli avvocati e i giudici conoscono bene: la lite morta.

Certo la causa è ancora ben saldamente in piedi, anzi spesso non è che agli inizi o a metà del suo percorso processuale, e la sua fine è comunque ancora ben lontana, ma la lite che l’ha originata, quella, ormai è morta, definitivamente ed irrimediabilmente morta.

La causa che porta dentro una lite morta, è l’esatto corrispondente di uno zombi, è un cadavere che cammina: la sua anima è morta, la sua essenza è un grumo putrescente che vaga senza scopo e senza mente, ammorbando tutto quanto la circonda.

Anche se magari solo a livello inconscio, se ne accorgono tutti quando ad una causa gli muore la lite dentro: non è difficile, la vita conosce e (ri)conosce molto bene la morte.

E la morte fa paura, e quando ha una parvenza di vita fa ancora più paura, provoca repulsione, tutti cercano in ogni modo di allontanare da sé l’insopportabile oltraggio: le cause con dentro la lite morta difficilmente vengono transatte, perché per farlo bisognerebbe aprirle e trattarle, e nessuno, tantomeno le parti, possono sopportare il fetore che emana una lite morte; per la stessa ragione, ben raramente le povere cause con la lite morta vengono discusse e definite con la Sentenza.

Tra l’altro che senso avrebbe una Sentenza che risolve, e quindi uccide una lite che è già morta ?

E la prova che quel che dico ha fondamento di verità, lo si può vedere osservando come, nella vita reale, le liti morte vengano immediatamente rimosse e sostituite da nuovi litigi. Due coniugi in disaccordo non coltivano mai oltre un certo tempo una singola lite, ma ogni giorno inventano nuovi motivi di attrito, nuove proposte di scontro, nuovi dissapori.

E così le cause – zombi trascinano il loro involucro attraverso il tempo, del tutto indifferenti ad esso, e passano di rinvio in rinvio.

Il differimento dapprima sembra quasi giustificato: “pendendo trattative tra le parti” si dice, oppure “per dar modo all’attore di replicare”, o ancora “in attesa di poter produrre”, poi, quando la putrescenza avanza, e con essa la riluttanza di avvocati, parti e giudici, a trattare la causa, si abbandona ogni ritegno e ipocrisia e si scrive “compaiono i procuratori i quali concordemente chiedono rinvio della causa. Il G.I. dato atto rinvia la causa all’udienza del….” E poi ancora più sbrigativamente “Il Giudice sull’accordo dei procuratori delle parti rinvia la causa al…. ” Spesso i rinvii sono talmente numerosi che la copertina del fascicolo non li riesce più a tenere, e allora le date di rinvio vengono scritte negli angoli, sotto l’intestazione, tra i nomi delle parti e degli avvocati, nel retro del fascicolo: qualsiasi prezzo si paga piuttosto che affrontare gli zombi.

Le stesse parti, come nei conflitti libanesi, perdono memoria della reale ragione del contendere, né sollecitano la definizione della pratica, temendo tra l’altro di dover pagare poi una salata parcella.

Noi avvocati, per parte nostra, preferiamo rinunciare al guadagno che dover aprire il cadavere e ci promettiamo, rimandando il momento di volta in volta, che un giorno convocheremo il cliente per esaminare la situazione e vedere il da farsi.

E così va il mondo… l’articolo mi ha preso la mattinata… non c’è più tempo per fare la conclusionale, il cliente è almeno 4 o 5 anni che non si fa vivo, mi diceva che avrebbe parlato lui direttamente con la sua controparte, che magari la riusciva a chiudere… poi non mi ha più detto niente… certo l’alea del giudizio è notevole sia per noi che per l’altro… che poi, pensa un po’, tutta questa fatica, … che magari hanno già chiuso tra di loro…

Telefono al collega di controparte: anche lui aveva appena finito di fare le stesse considerazioni: “allora vai solo tu, che è inutile pagare due toghe, e facciamo un rinvio pendendo trattative”.

Rimetto su gli elastici al ponderoso fascicolo, ma questa volta mi sembra meno pesante nel tirarlo su per rimetterlo a posto.

                                                                            Disma Vittorio Cerruti

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